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Le Magiche Parole Del Tango: Inclinazione

La rassegna “Le magiche parole del tango” nasce dall’esigenza di trovare una spiegazione dell’interesse che questo ballo suscita in tutto il mondo invitando i soci/allievi della nostra scuola a ragionare insieme su alcuni termini che noi usiamo quotidianamente senza renderci più conto della ricchezza di sfaccettature che il concetto sottostante presenta. La disamina di questi concetti può, secondo noi, far luce su questa passione planetaria verso il tango, che non si spiegherebbe se non per le sue caratteristiche di inattualità, trasgressività e una certa dose di mistero, di cui speriamo vi daremo prova.

 

Il primo incontro si è svolto domenica 24 gennaio all’interno dello spazio dedicato alla nostra pratica settimanale. Poco meno di un’ora dedicata alla disamina della parola “inclinazione”.

 

L’idea di prendere in esame questa parola mi è venuta dalla lettura dell’interessantissimo libro della filosofa Adriana Cavarero 1, che si intitola appunto Inclinazioni.

 

Se andiamo a leggere il significato su vari vocabolari della lingua italiana troveremo che “inclinazione” nel suo uso transitivo vuol dire spostare un oggetto dalla posizione verticale oppure orizzontale, in modo che il suo asse penda verso una parte; come riflessivo o intransitivo significa inclinarsi, assumere una determinata pendenza; nell’uso letterario, anche con il senso di chinare, di inchinarsi, piegarsi.

 

Se la scienza, in generale, ha un ottimo rapporto con l’inclinazione, concetto con il quale si spiegano innumerevoli aspetti fisico-geometrici, non così si può dire delle filosofia e delle scienze morali; in questo campo la connotazione è decisamente negativa, come fa presente fin dalle prime pagine del suo libro Cavarero, e questo si sa ha una ricaduta anche sulla suggestione che si fissa, per così dire sull’opinione popolare.

 

Per questo quando pensiamo a qualcuno che si inclina, pende, inchina (nel significato antico), pensiamo a qualcuno che si sottomette ad un potere superiore o a una debolezza di carattere, soggiace ad una passione, o ancora pensiamo ad una forma di inferiorità.

 

La filosofia e la teologia ci hanno abituato a considerare buona solo la posizione eretta, figurazione di un indole equilibrata, non soggetta a passioni, quale, nell’immagine misogina di moltissimi nostri filosofi, è quella “naturale” della donna: seduttiva, lasciva, incapace di controllo perché i suoi istinti non arrivano mai a maturazione, ma rimangono ad uno stato puerile.

 

Accanto a questa immagine però si accosta in modo a dir poco contraddittorio e inquietante l’aspetto di inclinazione materna all’accudimento e cura della prole; basta guardare le opere che ritraggono la Madonna con il bambino per notare come questa inclinazione verso il neonato sia presente quasi sempre; tutto ciò ribadisce in modo chiaro e inequivocabile che la donna, nell’immaginario filosofico e non solo o è Madonna o Eva, responsabile all’origine dell’inclinatio ad malum di tutto il genere umano.

 

In tempi recenti alcune filosofe hanno riportato l’attenzione sull’importanza dell’inclinazione nella relazione con l’altro, che non deve limitarsi al neonato, o, più in generale, alle persone indifese e deboli delle quali da sempre la donna si occupa, bensì verso tutto il resto del genere umano.

«Ogni inclinazione ci sporge all’esterno, ci porta fuori dall’io»2. Quindi se vogliamo veramente metterci in contatto con gli altri, metterci in connessione, dobbiamo sporgerci, andare incontro, pendere, uscire dal nostro asse, e per farlo dobbiamo abbandonare la nostra individualità, dimenticarci del nostro ego-centrismo, metterci in ascolto dell’altro.

 

Eppure di incontri relazionali profondi e di ascolto ce n’é un gran bisogno, vista la ricerca costante di esperienze new age, di rimedi orientali, di pratiche olistiche, che spesso però lasciano il tempo che trovano, non perché non abbiano indubbie qualità benefiche, ma perché sono pratiche, a mio avviso, difficilmente trasferibili nel quotidiano, nella frenetica vita che tutti noi conduciamo.

 

Per fortuna c’è il tango.

L’inclinazione nel tango argentino è fondamentale, il ballo è possibile se i due ballerini abbandonano il proprio asse e creano un asse condiviso, se il /la follower si affida al/la driver sa “marcare” il movimento. Il tutto è possibile solo con un profondo ascolto dell’altro/a, nel contatto strettissimo dell’abbraccio, che rende il tango un ballo intimo, più che passionale, quale è invece ritenuto nell’immaginario collettivo.

 

In questa sta l’inattualità del tango, ma anche la sua forza e la sua attrattiva. Quando si è capita l’importanza di questo “andare verso”, di questo disequilibrio personale a vantaggio di un equilibrio di coppia, la nostra vita non sarà più la stessa; questa nuova consapevolezza si rifletterà anche fuori dalla milonga, nei nostri rapporti quotidiani. Perché ciò avvenga però bisogna avere una cultura del tango, andare nella profondità del terreno dove affonda le sue radici.

 

Studiare il ballo e la sua storia, questa è la parola d’ordine.

«Se fosse solo una questione di passi, sarebbe solo un ballo» (tratto dalla nostra home page).

L’altro aspetto inattuale, e per certi versi straordinario, è che i ruoli del/la driver e del/la follower sono ben definiti, uno dei due ballerini si limita a fare ciò che l’altro suggerisce, senza schemi, senza figure preordinate, la musica in qualche modo “impone” i movimenti, il ritmo suggerisce i continui cambi di passi, direzioni e sospensioni, questo rende il tango unico, differente da tutti gli altri balli. Anche se detto a parole sembra esserci un ruolo più “importante” dell’altro, di fatto il ballo è possibile solo se si è in due a ballarlo, solo se c’è la massima concentrazione, solo se c’è un profondo ascolto dell’altro; la “marca” del/la driver non è mai un’imposizione, ma un invito.

 

La coppia nel tango milonguero diventa un essere unico con due teste e quattro gambe, uniti solo all’altezza del cuore; questa immagine mi fa correre a Platone e al suo Simposio, e alla descrizione di come si presentavano gli esseri umani all’origine, raccontata da Aristofane, uno dei protagonisti del dialogo; gli esseri umani erano differenti dagli attuali, formati da due degli umani attuali congiunti tramite la parte frontale (pancia e petto), per il resto avevano quattro gambe, quattro braccia e due volti che guardavano in direzioni opposte; nella loro perfezione suscitarono presto l’invidia degli dei, che li divise a metà e li costrinse a cercare per sempre la propria metà mancante.

È facile a questo punto intuire perché il tango è un ballo tanto “attraente”: nei dieci/ dodici minuti di una tanda, ricerchiamo questa unità perduta; per questo i veri ballerini/e di tango milonguero non ballano per esibirsi , ma ballano per un “noi” originario, alla perpetua ricerca di quell’essere perfetto che l’invidia degli dei ha per sempre disunito.

 

 

Maria Cristina Tura

Filosofo Consulente

 

1Adriana Cavarero, Inclinazioni. Critica della rettitudine ,Raffaello Cortina Editore, Milano 2013. Adriana Cavarero insegna Filosofia Politica presso l’Università di Verona. Esponente di spicco del pensiero della differenza di genere, è internazionalmente riconosciuta come una delle protagoniste più interessanti del dibattito filosofico attuale.
2Hannah Arendt, Alcune questioni di filosofia morale, Einaudi, Torino 2006, p.39.

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